10.1.03Bruzolo - Relazione d'incendio (Incendio alla borgata Castello)
Da Bruzolo ci scrivono
Un grave incendio scoppiava in questo Comune nella notte dal 2 al 3 corrente Gennaio che
costò la vita ad un uomo, distrusse due case e poco mancò non travolgesse nelle
vorticose sue fiamme l'intiera borgata del Castello. E' noto tutti l'antico e storico
Castello, tutt'ora assai bene conservato, di proprietà già dei Marchesi di Susa, poi dei
Duchi di Savoia, nel cui recinto fu cinchiuso il 25 aprile 1610 tra Carlo Emanuele I.o
Duca di Savoia e del Piemonte e Enrico IV Re di Francia il famoso Trattato di Bruzolo contro
Spagna. Questo Castello nel 1796 passava in possesso agli antenati del presente Casato
Olivero, che lo acquistarono dall'ultimo rampollo dei Conti Grosso di Riva di Chieri cui
era stato dato in feudo dalla Casa Sabauda per benemerenze e servigi resi alla patria. In
tal castello esisteva in allora una sola famiglia e ora ne sono 17 stabilitesi in gran
parte nel detto recinto occupato in addietro dalle scuderie ducali e ridotto da mezzo
secolo appena a ruraie abitazione. Fu appunto nel centro di questi recenti abitati che
avvenne il mentovato incendio.
Era circa l'una ant. del 3 corrente, e mentre tutto stava avvolto nel silenzio profondo
della notte, una donna, sia per caso o per divina Provvidenza, uscendo dalla propria
stalla, vide con sommo stupore in una casa attigua appiccato il fuoco, le cui fiamme già
s'ergevano rigogliose sopra il tetto della medesima. Grida: al fuoco: Accorrono i
vicini e ai rintocchi della campana che suona a stormo, tutta la popolazione abile
portarsi sul luogo dell'incendio che già ha preso enorme proporzioni ed investito due
case. L'una è abitata da certo Falco Antonio di anni 87; si tenta entrare in essa per
salvare l'inquilino: è impossibile: tutto è in preda alle fiamme. Nell'altra riposavano
una madre certa Olivero Maria con cinque ragazzi che riuscirono a salvarsi trovandosi in
camere coperte a volta. Si tentò allora di isolare l'incendio a che non si estendesse
alle case attigue. A tale effetto si formano due colonne di uomini volonterosi, che a
mezzo di apposite scale fanno passare le secchie sui tetti ai luoghi indicati; si lavora
con febbrile attività; e qui v'ha data una parola di vero encomio ai bravi patrioti che
non guardando ai pericoli e a fatiche operano prodigi di valore, pur di ottenere il
prefisso intento animati dall'esempio e dalle parole del Sindaco locale Signor Croce, che
sul luogo ove più urge il lavoro, incoraggia tutti all'adempimento del proprio dovere.
Giungono i RR. Carabinieri, che danno nuova spinta all'ardua impresa che comincia ad avere
felice esito: arriva la pompa di San Giorio che compie l'opera, sopraggiunse ancora quella
di Bussoleno che più non funziona, perché l'incendio è già isolato e domo sebbene non
ancora del tutto spento. Fu una vera fortuna che non siasi sollevato il vento, come, in
simile caso, avvenne poco tempo prima a Foresto; in tal caso tutto quel vasto quartiere,
compreso il Castello stesso sarebbe stato distrutto e ridotto in un mucchio di macerie.
Appena fu stato possibile si entrò nella casa di Falco Antonio e lo si trovò, come ben
potevasi prevedere, fra i ruderi tuttora fumanti, carbonizzato. Egli fu a causa a se
stesso della sua morte. Probabilmente si sarà addormentato col ritenere, come già fece
altre volte, lo scaldino in letto, il quale spandendo il gas carbonico lo spense per
asfissia, e quando scoppiarono le fiamme che involsero il di lui corpo, queste non avranno
trovato in lui altra esca se non quella di un corpo morto. Buon per lui che era un bravo
uomo nel suo vero senso, e come tale era tenuto da tutti; e quasi presago della sua
prossima morte vi si era già preparato essendosi accostato poco prima ai SS. Sacramenti.
Questi aveva con se un figliastro il quale trovandosi assente in quella notte, non potè
impedire quella terribile disgrazia che forse colla sua presenza non sarebbe avvenuta.
Poco dopo giunse da Bussoleno l'unica figlia del defunto; tutta affannata fende la folla
dei curiosi, si getta sul corpo informe del genitore e fra singhiozzi e lagrime lo
abbraccia, la bacia, lo chiama: padre.... o padre!.... Chi scrive assistette alla
straziante e commoventissima scena che la penna rifugge dal descrivere. Povera creatura,
degna della più alta commiserazione!
Le due case incendiate furono completamente distrutte. Non sono assicurate. La più
danneggiata sarebbe quella povera madre che trovasi con cinque ragazzi senza tetto e senza
vitto e più ancora senza l'aiuto del proprio marito che trovasi da tempo all'estero e non
si sa dove.
Il Sindaco colla Giunta Municipale col Segretario, con nobile ed edificante esempio di
carità cristiana, hanno aperta una sottoscrizione in favore della disgraziata famiglia
onde venirle in aiuto pel pronto ristauro della casa e somministrarle i primi soccorsi
più bisognosi alla vita; sottoscrizione accolta con plauso da tutta la popolazione, che
prende parte all'atto grandemente umanitario.
Lo stesso Signor Sindaco colla Giunta Comunale avendo in questa dolorosa circostanza visto
e toccato con mano la grande necessità di avere una pompa in paese per simili frangenti,
hanno già conferito in proposito per averne una in Comune. Con ciò essi incontreranno
certo l'approvazione della popolazione ormai stanca di utopie e bramosa al fine di
realtà.
Ed ora un grazie di cuore da parte dei danneggiati e di tutta la popolazione di Bruzolo
alle generose Società dei pompieri di San Giorio e di Bussoleno e a quanti intervennero e
si affaticarono con vero spirito di abnegazione all'estinzione del fatal incendio. Un
evviva al signor Sindaco e componenti la commissione per l'indetta sottoscrizione in
sollievo dell'umanità necessitosa e sofferente; e in fine un vivo ringraziamento da parte
della desolata figlia Falco Teresa col marito Garzoni Antonio a quanti presero parte alle
onoranze funebri accompagnando all'ultima dimora i cari avanzi del loro amato genitore e
suocero, cui sia pace e riposo sempiterno.
31.1.03
Telefono Torino-Moncenisio
La Commissione pel progetto sui telefoni, radunatasi martedì a Roma coll'intervento di
Galimberti stabilì d'impiantare, entro il 1905, una linea telefonica fra Torino e il
Moncenisio
27.3.03
San Giorio si accinge a celebrare il XVI centenario
del glorioso martirio di San Giorgio di Cappadocia, patrono del paese.
11.4.03
L'orribile morte del Sindaco di Mollières
Il sig. Francesco Roche, sindaco di Mollières è stato vittima sabato scorso di un
terribile accidente. Mentre era in condotta di un carro carico di tronchi, all'altezza
della regione Moretta sulla provinciale Oulx-Cesana, cadde a terra per l'urto di una
sbarra del veicolo. Questo, trascinato rapidamente dai cavalli, gli passò con le ruote
sul corpo, uccidendolo!
Lunedì ebbero luogo in Cesana, ove il cadavere della povera vittima del lavoro era stato
trasportato, i funerali che riuscirono imponenti. Erano presenti o rappresentati quasi
tutti i Sindaci del Mandamento.....
9.5.03
Il Rocciamelone esce listato a lutto per...
La morte del nostro Vescovo
Mons. Edoardo Giuseppe Rosaz
Così scrive in prima pagina:
"Con le lacrime agli occhi, coll'ambascia nel cuore,
coll'animo straziato diamo la notizia funerea della morte di S. Ecc. Mons. Edoardo
Giuseppe Rosaz nostro amatissimo Vescovo".
La malattia
Fu colpito dalla malattia il 12 gennaio 1903. Dopo un periodo nel quale pareva
"eliminato ogni serio ed imminente pericolo" e si credeva "anzi a un
ristabilimento", il 29 aprile, mercoledì, "ricadde e questa volta era per non
più rialzarsi. Le funzioni del cuore che presentavansi assai deficienti, e che ai medici
curanti davano molto a pensare, accennarono ad un aggravamento repentino". Dal 2 al 3
maggio "passò una notte dolorosa, assistito dai suoi Sacerdoti che con ansia lo
vegliavano...". "...Alle 6 ½ del mattino di Domenica 3 maggio, Monsignore
entrava in dolorosa agonia che doveva durare per ben cinque ore"
La morte
"...Che se il punto della morte, quando è giunto, eccita il timore anche dei più
coraggiosi, non riuscì a turbare l'animo di questo Vescovo.... Presentì che il momento
del distacco era giunto, bandì i pensieri di turbamento, si scosse in un ultimo e supremo
sforzo e con voce languida sì, ma ancora intelligibile, cominciò il cantico della gioia,
della gratitudine e del ringraziamento a Dio, con effusione piena di speranza e di amor
puro, recitò il Te Deum laudamus... Giunto alle ultime parole: in Te Domine,
speravi non confundar in aeternum, dà in un leggero sussulto, rivolge per un'ultima
volta gli occhi in alto e, dopo fatti alcuni movimenti di labbra, ogni cosa era finita,
Monsignor Vescovo non era più; la sua bell'anima era volata al Cielo..."
Dopo la morte
"...la desolante notizia si sparse in un baleno per la Città, che venne piombata in
una tetra tristezza, come nei giorni di pubblica calamità"
La cappella ardente
"Monsignore venne vestito degli abiti pontificali e adagiato sopra un seggiolone,
posto alquanto in alto, nel grande salone d'entrata del Palazzo Vescovile, salone che
viene addobbato con drappi neri, listati d'argento. Quattro grossi ceri sono accesi e
posti due per parte ai lati del defunto, che pare solamente addormentato".
"...Un continuo andare e venire di persone d'ogni sesso e condizione ha principio
dalle 7 circa del mattino del giorno 4 e dura fino a tanto che Monsignore non viene posto
dai suoi familiari nella bara".
"...Al martedì, giorno in cui doveva aver luogo la sepoltura, crebbero ancora i
visitatori".
La sepoltura
"L'ora fissata per la triste funzione era giunta: le campane del Duomo davano i loro
lugubri rintocchi: scoccavano le 9 ½. Una folla compatta e innumerevole già stava sulla
piazza diSan Giusto e nelle adiacenze".
"Prima di entrare in Duomo, attiguo al Palazzo Vescovile, il lunghissimo corteo si
svolse per la Città, seguendo l'itinerario benissimo tracciato dal Municipio medesimo. Si
percorre la via dei Mercanti, la piazza della Torre, la piazza del Sole e, seguendo il
Corso lungo Dora, si giunse in piazza Savoia, in cui, in due file, a destra ed a sinistra,
eransi fermate le prime compagnie che componevano il corteo, riuscendo impossibile di fare
entrare tutti nel vasto Duomo, in cui dovevasi cantare la Messa praesente
cadavere."
"Quando le gravi e meste note dell'organo, accompagnante i cantori, cominciarono a
risuonare nel Duomo rigurgitante di persone, in quella semioscurità grave e mesta,
udivansi i singhiozzi, vedevansi le amare lagrime solcare le gote di molti degli astanti,
i quali pregavano pace all'Estinto e manifestavano un profondo dolore nel solenne
momento":
"Dopo le cerimonie di rito... il corteo, con passo grave e lento uscì dalla
Cattedrale, lungo e interminabile, in mezzo ad un silenzio religioso e divoto"
"Tutti i negozi, i magazzeni erano chiusi, il mercato come sospeso, lo spettacolo
aveva l'impronta di una tristezza grandiosa e commovente".
"Si giunse alla Chiesa del Suffragio, dove s'introdusse il feretro, ed il Clero
cantò le esequie per Colui che con tanti sacrifizi e tante pene aveva edificato la
bellissima Chiesa.
Terminate le esequie, avviandosi al Cimitero (distante venti minuti circa dalla Città) il
corteo di bel nuovo si mosse e se ne potè vedere tutta la lunghezza e l'enorme quantità
di persone che vi avevano preso parte. Erano circa le 12 quando si giunse al
Cimitero".
Al Cimitero
"Il Corteo finalmente giungeva al Cimitero. Nel 1890 Monsignore l'aveva consacrato,
ed ora veniva e dormirvi l'ultimo sonno, nel Sepolcreto riservato ai Vescovi ed ai
Canonici della Cattedrale di Susa"."...Un buon vecchio di 78 anni , da oltre 60
cantore nella Chiesa Parrocchiale di Mattie, saput
a la morte di Monsignore, partì dal suo paese e avviossi alla Stazione di Bussoleno per
prendere il treno diretto a Susa, onde intervenire alla Sepoltura. Giunse troppo tardi ed
il treno era partito. Nonostante la sua inoltrata età, s'avviò a piedi da Bussoleno a
Susa e dimostrò la sua soddisfazione d'aver potuto giungere in tempo per la sepoltura,
dicendo di morire contento poiché aveva avuto la sorte di dare quest'ultimo tributo di
devozione al Santo Vescovo, che era andato in cielo".
"A consolare i nostri cuori afflitti e addolorati penseremo che, se abbiamo perduto
un Pastore, un Padre e un modello in terra, abbiamo acquistato un Protettore in
Cielo".
Mons. Edoardo Giuseppe Rosaz nacque a Susa il 15 febbraio 1830 da Romualdo e da Maria
Giuseppina Dupraz.
Preconizzato a Vescovo di Susa da Pio IX il 31 dicembre 1877. Consacrato vescovo il 24
febbraio 1878.
Il 16 maggio esce un editoriale firmato dalla Redazione del Rocciamelone in cui si ricorda
la figura di Mons. Rosaz: "Quella sua usuale frase: son molto contento del
"Rocciamelone" era per noi una frase magica che dissipava ogni nube di noia
o di tristezza infondendoci nuova vita!! Ora pur troppo s'è fatto muto quel labbro, e non
rimane, che una eco lontana...
20.6.03
(Mons.Marozio, vecovo di Susa)
Dopo la rinuncia di mons. Costanzo Castrale (vicario foraneo di Favria) , il 20 giugno Il
Rocciamelone dà notizia della nomina del nuovo vescovo di Susa: è il Mons. Carlo
Marozio. Ha 56 anni. Arriva da Vercelli.
7.11.03
Melezet - Disgrazia terribile
Giovedì 29 ottobre, ore 11, nel tempo in cui una buona parte della popolazione era in
Chiesa per assistere ad un funerale in suffragio dell'anima del Sacerdote D.Valleret, e
quindi al collocamento di una lapide nell'atrio del Cimitero in sua memoria, si sentì una
forte detonazione come se fosse lo scoppio di una mina.
Aguet Augusto di anni 33 da Melezet era entrato nell'officina del fabbro Martheuil allo
scopo di visitare un proiettile da cannone trovato in campagna non scoppiato e prenderne
la polvere; avvertito dal padrone dell'officina del pericolo a cui si esponeva, anzi
invitato ad uscirne, non volle, diede mano a una lima e si mise all'opera, (non l'avesse
mai fatto) il proiettile scoppiò tra le sue mani, il suo corpo venne lanciato a distanza.
Dell'informe cadavere alcune parti non furono più trovate. Tre individui ivi presenti
furono feriti più o meno leggermente; fra di essi il fratello del disgraziato.
12.12.03
Ancora del vaiuolo a Champlas du Col - Riferiamo lo
sgraziato caso del giovine proveniente da Marsiglia, morto di vaiuolo nero il 2 corrente,
- certo Bonnet Francesco, garzone muratore di anni 21 - giacchè sono a segnalarsi vari
fatti successivi al decesso.
Anzitutto richiamiamo l'attenzione sul coraggio e sulla energia addimostrata
dall'ufficiale sanitario, dottor Vincenzo Barella, e dall'ottimo delegato di P.S. signor
Alfredo Venosta, nel dirigere il difficile servizio per l'inumazione del cadavere.
Diciamo difficile, perché nessuno degli abitanti di Champlas volle prestarsi al pietoso e
insieme pericoloso ufficio. Lo stesso legnaiuolo che aveva fabbricato il feretro
abbandonò il macabro mobile nella via, a rispettosa distanza dall'abitazione del defunto
vaiuoloso. Così rimasero a compiere la triste funzione sotto la direzione dei prelodati
signori i RR. Carabinieri Giovanni Mollar, Costanzo Emircu, e Enrico Iahier, con il
brigadiere Gerolamo Contando, i quali dovettero togliere dal letto degli ultimi dolori la
misera spoglia del Bonnet (orribile a vedersi tanto era sfigurata e mal ridotta dal
tremendo morbo), deporla e rinchiuderla nel feretro, e questo trasportare e seppellire in
Camposanto.
A chiunque abbia in mente e cuore non può sfuggire la nobiltà di questo atto, compiuto
da persone che, senza riguardo a sé e alle loro famiglie, affrontarono coraggiosamente il
pericolo di contrarre la terribile infezione, e noi ci auguriamo che, alla ricompensa
dell'ammirazione per parte di queste popolazioni, debba aggiungersi quella del Governo.
Al quale per altro sarebbe lecito domandare se quella oculata vigilanza che si usa perché
non oltrepassino i confini le malattie che potranno pregiudicare il nostro bestiame - non
dovrebbero almeno nella stessa misura - adottarsi per impedire, che d'oltr'alpi e
d'oltre mare, siano importate talune infezioni perniciose agli uomini, caso che pur troppo
si va, con non lodevole frequenza, ripetendo. |




















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