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SEZIONE 1998 - PAGINA n. 48

 

La Valsusa - N.48 - 24-12-1998

Venerdì scorso i funerali nella Cattedrale di San Giusto del Vescovo emerito. Mons. Giuseppe Garneri è tornato a Dio alla soglia dei 100 anni di vita

Nato a Cavallermaggiore nel 1899, ordinato sacerdote nel 1923, consacrato vescovo il 23 maggio del 1954. L’ingresso in Diocesi di Susa il 6 giugno

La morte di Mons. Garneri ha fatto veramente notizia! Ci eravamo ormai abituati a correlarne l’età sulla scala dei patriarchi biblici, ammirando la grande solidità di una salute che non conosceva problemi e di una resistenza fisica capace di prendersi gioco dello scorrere degli anni. Ed ecco che ora anche Mons. Garneri, l’invincibile lottatore, il nostro “Vescovo di ferro”, ha dovuto arrendersi alla realtà dello scorrere degli anni. Ma sulla soglia dei cento anni! La notizia del suo trapasso, avvenuto a Torino, nella giornata di martedì 15, ci ha tuttavia colti di sorpresa e ci ha lasciati sgomenti. Anche il Vescovo della nostra giovinezza ci ha lasciati! Mons. Giuseppe Garneri era nato a Cavallermaggiore nel 1899 (e si vantava sempre di far parte di quei “ragazzi del ‘99” che tanta parte ebbero nella prima guerra mondiale!); era stato ordinato sacerdote nel 1923; fu parroco del Duomo di Torino negli anni ruggenti della dittatura, della guerra, della Resistenza e dell’immediato dopoguerra. Alla chiesa torinese diede quelle mirabili e vitali istituzioni che ancora oggi vivono sotto il nome di “Opera diocesana Preservazione della Fede”, “Torino chiese” e “Centro Giornali cattolici. Nel maggio 1954, considerata la persistente grave indisposizione fisica di Mons. Giorgis, vescovo nominato di Susa, Mons. Garneri fu preconizzato Vescovo titolare di Utica ed Amministratore Apostolico di Susa. Venne consacrato nel Duomo di Torino il 23 maggio del 1954, nella festa della Madonna del Rocciamelone: cui subito consacrò la sua missione episcopale, con un pellegrinaggio alla Vetta. Attendevamo da Lui tante cose. Chi scrive ricorda il primo incontro che il novello vescovo concesse a Torino, subito dopo la sua consacrazione a noi giovani sacerdoti e seminaristi segusini. Ci tracciò un programma per nulla accomodante, ma bensì ricco di esigenze, di impegni, di severità. Ci spaventò. Ma ne accettammo l’impegno. Comprendemmo subito che la vocazione non era un impegno facile. Ma sentimmo subito di aver trovato una buona guida. Un “allenatore” sicuro ed affidabile. Era giunto a Susa con la fama di un sacerdote che aveva posto coraggiosamente in gioco la sua vita negli anni cruciali della guerra e della Resistenza; figura di tutto rilievo nella Torino di quegli anni difficili, un manager eccezionale che nella Torino dell’immediato dopoguerra aveva realizzato opere imponenti attraverso innovazioni che conservano ancora oggi alto prestigio ed efficacia. Ma se a Torino c’erano tante chiese da costruire, anche qui a Susa, c’era una diocesi, una “chiesa locale” alla quale dare vita e solidità. In tutte le sue più vitali espressioni. Iniziando dalle strutture. Appena giunto in diocesi Mons. Garneri si trovò di fronte ad un Seminario, ancora popolato e promettente in quanto ad elementi, ma ridotto, in quanto a strutture, ad un edificio molto fatiscente ed inadatto ai tempi. Mons. Garneri non perse tempo: mobilitò il mondo finanziario torinese, ancora affettuosamente legato al “suo” parroco di ieri, affidò l’opera tecnica e concreta dei restauri a nomi di provata esperienza: in brevissimo tempo l’edificio vetusto ed inadatto alla realtà del presente, risorse a nuova vita. Inizia poi il contatto diretto con la popolazione della sua diocesi. Con una resistenza fisica strabiliante Valle conoscere di persona tutte le persone, tutte le comunità della diocesi a lui affidata, senza sosta e senza riposo: di questa sua incessante attività pagherà anche lo scotto in un incidente automobilistico che lo condannerà a mesi di degenza alle Molinette di Torino. Ma neppure questo incidente riuscì a bloccare o ad attenuare la sua attività. Tornato in sede si accinge a dare alla diocesi, gradatamente, un volto nuovo e moderno: ed ecco risorgere la “Rivista diocesana di Susa”, che sarà la voce ufficiale del Vescovo: un colloquio fissato a scadenza trimestrale con cui il Vescovo renderà noto ai diocesani gli atti vescovili, i comunicati della Curia, con le sue osservazioni ed insegnamenti. Un fiorire di iniziative che sveglia la diocesi. Assieme alla dottrina continua l’azione: dopo il restauro del Seminario, viene il restauro della Curia diocesana, la costituzione della nuova parrocchia di Mompantero con il Santuario dedicato a N. S. del Rocciamelone, l’edificazione e la consacrazione delle chiese parrocchiali di Condove e di Almese, i tre Congressi Eucaristici. La solenne commemorazione del bicentenario di vita della nostra diocesi trova una efficace sottolineatura teologico-pastorale nella programmatica lettera pastorale: “La Diocesi: chiesa locale”. La società sta vivendo un periodo di grandi speranze: è il tempo della “Mater et Magistra”, di una Chiesa madre e maestra che deve accorgersi della frenetica trasformazione del modo nella quale è chiamata. Una trasformazione, anche a livello diocesano, non sempre serena e pacifica, che Mons. Garneri affronta con solida prudenza e con chiarezza di idee e di azioni, fedelmente ancorato all’ortodossia ed alle tradizioni. Una ortodossia, sottolineata inculcata, richiesta, sempre con forza di convinzione e chiarezza di dottrina in tutti i frequentissimi contatti che Mons. Garneri ebbe con il clero e con i laici. Chi scrive queste note ebbe modo di seguire per molti anni Mons. Garneri nelle sue visite pastorali e per conseguenza di assistere ai ripetuti suoi contatti con i fedeli della diocesi, a quelle lezioni di catechismo, che ci riportavano agli anni della nostra infanzia; quei catechismi, nei quali, assieme alla sicurezza ed alla solidità del Maestro, c’era sempre l’affabilità del Padre; insieme all’intransigenza nei confronti di quanto era deviazione azione dalla verità, c’era sempre l’amore del Padre; c’era quella sorridente dolcezza per cui anche un rimprovero trovava la via del cuore. Mons. Garneri, pasceva “fortiter et suaviter” il gregge che il Signore gli aveva affidato: e per 25 anni camminò su quella linea. Giornalista per vocazione e per scelta, fondatore di quel “Nostro Tempo”, che ancora vive e prospera oggi, regalò al pubblico dei lettori, preziose pubblicazioni, che vanno dal ricercato “Tra rischi e pericoli”, che illustra le vicende di una Torino nel periodo della Resistenza, a tuta la serie di riflessioni spirituali, di ricordi di vita vissuta, di interpretazioni bibliche, di manuali di preghiera. Tra le lettere pastorali ricordiamo: “Parrocchia, famiglia di Dio (1967)”, “La famiglia 1968”, “I laici nella Chiesa (1969)” oltre alla già ricordata “La Diocesi: chiesa locale”. E venticinque anni trascorrono veloci: gli anni urgono ed opprimono. E’ così che nel 1978, Mons. Garneri, che, a suo tempo, ha presentato le sue dimissioni per sopraggiunti limiti di età lascia l’incarico: tornerà “come vescovo emerito” nella “sua” Torino, ricca di tanti ricordi e popolata di tanti parrocchiani di un tempo. Trova cresciuti quelliche erano stati, anni addietro, i suoi chierichetti (quelle che lui amava continaure a chiamare “i cit del Dom”). Il distacco dall’ “oggi” segusino è compensato dalla riconquista del “ieri” torinese. Si ritorna alle origini, anche se non sarà facile per l’ottantenne Mons. Garneri ritrovare oggi la “sua” Torino “di allora”: molte novità in campo sociale, politico e culturale hanno deformato quel volto che egli era abituato a conoscere. Eppure anche in questa “nuova” Torino, Mons. Garneri trova ancora modo di esercitare il suo ministero, di essere ancora utile a tutti. Presenzia e presiede a funzioni, scrive e pubblica, dirige coscienze: continua il suo apostolato, anche se gli anni incominciano a pesare, gli arti gli si fanno sempre più insicuri e tremolanti. Pratica efficacemente “l’apostolato del conversare” sfruttando tutti gli incontri, tutte le occasioni. E’ ancora ricercato e venerato. Tornò ancora a Susa per la celebrazione di alcuni suoi incontri giubilari ed in alcune manifestazioni diocesane. Lo trovavamo sempre un “giovanissimo anziano”. Con l’ardore di sempre, con la voce di sempre, con il sorriso di sempre, è ritornato ancora qui a Susa, venerdì, per ricevere dai suoi sacerdoti, dai suoi diocesani, di ieri e di sempre, l’ultimo saluto, prima che la salma, venisse tumulata a Cavallermaggiore, sua terra natale. E Susa ha dimostrato concretamente ed affettuosamente di non aver dimenticato questo suo Pastore. Di volergli sempre bene. g. ferrero

Avviso ai sacerdoti

I sacerdoti membri delle Congregazioni di Suffragio di Susa e di Oulx, celebrino quanto prima le Sante Messe (due per ogni Congregazione) per il Venerando Vescovo, Mons. Giuseppe Garneri, che apparteneva ad esse da quando era venuto Vescovo della nostra diocesi.

 

L’Omelia di mons. Bernardetto nella celebrazione in San Giusto Un vescovo che ha costruito la Chiesa La Parola di Dio

Questi i brani della Parola di Dio letti nella messa celebrata in Cattedrale: Sapienza 2 4, 7-15 Ebrei 13, 7-9 Matteo 25,14-21

La Parola di Dio, a cui dobbiamo ancorare ogni evento del nostro essere, lieto e triste, ci aiuta ad entrare nel mistero della vita e della morte, mentre ci sospinge a guardare avanti con rinnovata speranza. Il Libro della Sapienza, di fronte ad un uomo quasi alla soglia dei cent’anni, ci richiama l’identità della logevità, che non sta nel fluire del tempo, ma nella saggezza, nella condotta di vita e nella fedeltà a Dio. La Lettera agli Ebrei invita gli uomini smemorati, sempre pronti ad estirpare radici e memorie, a ricordarsi di quelli che ci hanno guidato, annunciato la Parola, a seguirne la fede. Il Vangelo di Matteo ci presenta un esempio di escatologia del Regno ed i parametri per conquistarlo, dove la operosità è premiata e la neghittosità è punita. Sono stimoli che ci danno le linee portanti che hanno attraversato la lunga vita di mons. Garneri e che, oggi, entrando per l’ultima volta in Cattedrale, pare ancora ripetere con quella voce squillante che scandiva i suoi discorsi. E’ difficile sintetizzare la vita e le opere, nei limiti di un’omelia, di un pastore che ha servito la chiesa dal 1923 ad oggi. Se è vero che solo chi si da per vinto si può dire vecchio, credo che si possa affermare che il vescovo Garneri non si è mai dato per sconfitto. Ci sono certe confidenze, quasi soffiate, come se fossero estorte, in quel piccolo libro: “Alcuni episodi ammirando al Divina Provvidenza”, scritto al compimento del 91° compleanno, che rivelano tra le righe (o tra le rughe) il cammino della sua vita e lo spirito indomito che l’ha caratterizzato, dove si spazia tra l’ingenuità dell’infanzia e l’arguzia, quasi disincantata, dell’età matura. Si intuiscono tre passaggi epocali che hanno marchiato la sua esistenza. L’attività sacerdotale al servizio del card. Fossati a Torino dal 1930 al 1954; il ministro episcopale a Susa fino al 1978 all’insegna del motto “Servire Deo”; la quiescenza operosa, il Vescovo emerito al servizio delle persone che si rivolgevano a lui. Senza voler essere esaustivo, col rischio di essere limitativo, direi che a Torino è stato il costruttore nel campo dell’edilizia sacra e dell’editoria; a Susa il costruttore di una Chiesa locale; da Vescovo emerito il costruttore di una Chiesa domestica. Guardo fugacemente ad alcuni aspetti più salienti della sua molteplice attività, anche se non è difficile immaginarli come il frutto maturo di una spiritualità intensa, in cui il rimando costante alla Provvidenza è sintomatico e rivelatore. Basta leggere il suo libro: “Tra rischi e pericoli” per cogliere l’intensità di quel periodo della guerra, della resistenza, della lotta di liberazione, in cui emerge la statura del protagonista in tempi drammatici, il mediatore, il tessitore paziente tra fazioni contrapposte e nemiche. C’è poi un altro settore di cui si occuperà a guerra finita ed è quello dell’editoria, dove continua il suo amore alla Chiesa, in una varietà di intuizioni tra il piglio manageriale e il carima del profeta. Con mons. Chiavazza fonda “Il nostro tempo” e con mons. Cottino sarà il più convinto assertore del settimanale “La voce del popolo”. Dal 1954 incomincia il suo ministero a Susa e qui sull’esperienza torinese si farà carico di ristrutturare il Seminario e diventerà il fondatore del nuovo Santuario Diocesano alla Madonna del Rocciamelone a Mompantero. Sarà soprattutto il pastore che prenderà per mano la sua chiesa locale nell’accompagnarla nel difficile guado dal pre-Concilio alla nuova primavera conciliare: un graduale rinnovamento non senza difficoltà e non senza opposizioni, riuscendo nell’arduo impegno di amalgamare vecchio e nuovo. Prima di lasciare Susa nel 1978, l’amministrazione comunale gli conferirà il diritto di “cittadino onorario” a riconoscimento di aver saputo condividere le responsabilità del suo servizio con la crescita della popolazione locale. E’ sintomatico che quando ricordava la diocesi la chiamasse “diletta”, come a dire che, nonostante gli anni, così gli era rimasta nel cuore. Quasi alla soglia degli 80 anni si ritirava a vita privata senza perdere in lucidità anzi, è in questo periodo, scavando nei suoi ricordi, che pubblica volumi autobiografici, di preghiera e di commento alla Parola di Dio. Rileggendoli affiora e traspare la sua passione mai sopita di pubblicista di razza, e si capisce come fosse un consigliere ricercato e una persona a cui ci si poteva rivolgere sicuri di essere ascoltati. Oggi lo accogliamo in questa Cattedrale per dirgli la nostra riconoscenza e offrirgli la nostra preghiera. Lui che ha conosciuto la semplicità montanara con lo specifico della segusinità, ci perdonerà se abbiamo ridotto all’essenziale questo ricordo e quest’ultimo incontro. Dio la ricompensi, Eccellenza, per averci insegnato come vivere la longevità, per averci confermato nella fede, per averci guidati per quasi 25 anni. Ricordi al Signore questa sua “diletta” porzione del Popolo di Dio, la benedica. Noi continueremo a ricordarla, Eccellenza, e a pregare perché il Signore, in cui lei ha creduto e annunciato, accolga il suo servo generoso e fedele, chiamato oggi a partecipare alla gioia del premio eterno. Riposi in Pace.

Funerali di vescovi in Cattedrale

Sono quattro in questo secolo i funerali di vescovi celebrati nella Cattedrale di San Giusto. Il 5 maggio del 1903 ci fu il funerale del santo vescovo Edoardo Rosaz. Imponente il concorso dei fedeli. Il rito iniziò alle 9.30 con la messa celebrata dal can. Caveglia. Dicono le cronache che “la messa era solo a metà, che dalla Cattedrale già partiva il corteo per il cimitero”. Una sosta al Suffragio per le esequie e alle 12 si arrivò al cimitero. Fu l’arcidiacono Egidio Bruno a dare l’ultima benedizione. Un solenne funerale di trigesima venne celebrato poi in Cattedrale il 9 maggio. La messa fu celebrata dal vescovo di Pinerolo, con l’assistenza del card. Richelmy. Il 1° settembre del 1910 si celebrarono i funerali del vescovo Carlo Marozio, morto improvvisamente alle 16 del 30 agosto. La messa venne celebrata dall’arcivescovo di Vercelli, Valfrè di Bonzo, presente anche l’arcivescovo di Reggio Calabria, mons. Rousset. Lunedì 5 ottobre del ‘53 si tennero i funerali di mons. Umberto Ugliengo, mancato improvvisamente a Valdengo, suo paese natale, il 2 ottobre. La salma arrivò nel pomeriggio della domenica. Il lungo corteo del funerale iniziò a sfilare alle 9.30. Erano presenti il card. Fossati, arcivescovo di Torino e i vescovi, Imberti, di Vercelli, Binaschi, di Pinerolo, Rousset, di Ventimiglia, Rostagno, di Ivrea, Gagnor, di Alessandria, Dell’Omo, di Acqui, Borra, di Fossano, Cannonero, di Asti, Rossi, di Biella e Bottino, ausiliare dell’arcivescovo di Torino. La messa fu celebrata dal vescovo di Biella. Venerdì 18, infine, al solenne funerale di mons. Garneri, in Cattedrale, per la concelebrazione eucaristica, presieduta da mons. Bernardetto, erano presenti i vescovi Cavanna, emerito di Casale, Maritano di Acqui e Debernardi di Pinerolo. Alle 8.15 in Duomo a Torino, la messa è stata presieduta dal card. Saldarini e al pomeriggio a Cavallermaggiore, dal vescovo Micchiardi, ausiliare di Torino con lui i vescovi di Fossano, Pescarolo e di Alba, Dho.

2 gonfaloni

Alla messa in Cattedrale il comune di Susa era rappresentato dal vicesindaco Peluso e dall’assessore Follis con il gonfalone municipale. Tra le altre autorità civili anche il presidente della Comunità Montana, Frigieri, il sindaco di Avigliana, Castagneri e il consigliere regionale Montabone. Per il comune di Cavallermaggiore c’era il sindaco con il gonfalone.

Lettera

Caro direttore, nel generale cordoglio per la scomparsa di mons. Giuseppe Garneri, vescovo di Susa dal 1954 al 1978, ritengo opportuno menzionare, fra le numerose benemerenze, le premure a favore dell’occupazione. Premure di partecipazione e sofferenza, quando, negli anni 1960 e seguenti, la conflittualità per il lavoro si fece più aspra nella zona. Le prime avvisaglie, e sarebbe forse più appropriato parlare di prova generale per quanto sarebbe poi esploso un po’ ovunque, si avvertirono nel comune di Sant’Antonino. Qui, negli stabilimenti Cotonificio Valle Susa e Magnadyne, lavoravano migliaia di persone, complessivamente il numero superiore agli stessi abitanti del luogo. Un concentrato di operai, tecnici, impiegati, di ambo i sessi, dal quale con maggior sensibilità e immediatezza era avvertito il pericolo della disoccupazione. Quindi situazione ambientale propizia per forti interventi sindacali. Che raggiunsero forme inconsuete, con preoccupazioni per l’ordine pubblico che rimbalzavano al Prefetto e ai Ministeri. Il mattino presto del 6 febbraio 1961, sotto l’incalzare delle maestranze in agitazione, esponenti sindacali, più che chiedere, avevano la pretesa di imporre al sindaco di S. Antonino Giovanni Suppo, il sequestro del locale Cotonificio, dove il medesimo era impiegato. La controparte padronale, Felice Riva, non subiva certamente rassegnata le intimidazioni. L’esasperazione finì per condurre in un vicolo chieco, dal quale i contendenti non sapevano più uscire, e come salvare la faccia. Allora si rivelò provvidenziale l’intervento di mons. Garneri, di cui trapelava la preoccupazione per quanto accadeva. E furono gli stessi amministratori e sindacalisti a chiedere i suoi buoni uffici per trovare un onorevole compromesso. Che egli seppe raggiungere, operando nella maggior discrezione imposta dalla delicatezza, con la dedizione del pastore, col prestigio della carica, grazie alle vaste conoscenze che arrivavano fino al Cardinale e alla Confindustria di Milano. Sappiamo, purtroppo, della triste fine di Cotonificio Valle Susa e Magnadyne, cancellati da tempo dal novero delle attività locali. Ma rimane incontrovertibile il provvidenziale contributo di mons. Garneri nel salvaguardare, per diversi anni ancora, il posto a tanti lavoratori. Anche questa è storia della Valle e del vescovado di Susa, storia di cui potrei riferire molti altri particolari, essendo stato coinvolto personalmente nelle vicende per motivi professionali, a fianco del compianto sindaco Giovanni Suppo.

Giulio Crosignani